The State of Freedom. A Social History of the British State since 1800

Patrick Joyce, Cambridge University Press, 2013

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What is the state? The State of Freedom offers an important new take on this classic question by exploring what exactly the state did and how it worked. Patrick Joyce asks us to re-examine the ordinary things of the British state from dusty government files and post offices to well-thumbed primers in ancient Greek and Latin and the classrooms and dormitories of public schools and Oxbridge colleges. This is also a history of the 'who' and the 'where' of the state, of the people who ran the state, the government offices they sat in and the college halls they dined in. Patrick Joyce argues that only by considering these things, people and places can we really understand the nature of the modern state. This is both a pioneering new approach to political history in which social and material factors are centre stage, and a highly original history of modern Britain.

Patrick Joyce is the Professorial Fellow in History at the University of Edinburgh, 2013-2014/5, and an Emeritus Professor of History at the University of Manchester. He is currently a Fellow of the Moore Institute, National University of Ireland Galway, and has been a Visiting Professor at the LSE, Univ. of California Berkeley, and the European University Institute in Florence. His main areas of academic interest are: freedom and liberalism; the nature of the state; power and materiality; rethinking British history; history of London and its Irish diaspora.

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Posted on May 13, 2013 .

Fare Storia. Culture e pratiche della ricerca in Italia da Gioacchino Volpe a Federico Chabod

Margherita Angelini, Carocci, 2012, pp. 288  

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La domanda se esista per primo l’individuo o la società, notava scherzosamente Edward H. Carr, è simile alla questione dell’uovo e della gallina: la società e l’individuo sono inseparabili, e anche lo storico è un portavoce, conscio o inconscio, della società a cui appartiene. È possibile quindi parlare, come per altre categorie professionali, di una responsabilità dello studioso di storia nei confronti della collettività? Partendo da questa domanda ed esaminando rigorosamente i percorsi storiografici di due testimoni privilegiati come Gioacchino Volpe (1876-1971) e l’allievo Federico Chabod (1901-1960), il libro propone una nuova interpretazione del ruolo degli studiosi di storia nella società italiana tra fascismoe prima età repubblicana e analizza i loro rapporti con la coeva cultura storica europea in un periodo di importanti rivolgimenti collettivi e individuali. Il "fare storia" in questi anni fu profondamente influenzato dal lavoro di Volpe e Chabod; entrambi ebbero un ruolo preminente negli studi e furono dei "poli aggreganti" per diversi intellettuali che lavorarono accanto a loro nelle accademie, nelle università, negli istituti storici e nelle riviste specializzate.

Posted on February 2, 2013 and filed under Letture.

Nostalgia

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Rolf Petri (a cura di), 

"Venetiana" vol. 7, Centro Tedesco di Studi Veneziani,  Edizioni di Storia e Letteratura, 2010

n questo libro si esplora il variegato uso che memoria e politica fanno, sulle rive del Mare Adriatico, del sentimento nostalgico. Un sentimento, questo, che spazia dalla brama di un Altrove utopico, così frequente nelle mobilitazioni sociali e nazionali, allo struggente rimpianto di un’Età dell’Oro, essenziale alla elaborazione luttuosa dei passaggi politici, e alla costruzione di miti e memorie collettivi. Sullo sfondo delle plurime vicende storiche qui indagate si impongono però anche delle domande di valenza generale: quali sono le basi psicologiche e culturali delle lotte attorno all’identità e alla memoria collettiva? E come si spiega che simili contese in apparenza non cessano mai di suscitare tante passioni ed emozioni? Per rispondere a queste e altre domande, oltre allo studio delle singoli situazioni il libro propone al lettore anche qualche ragionamento più concettuale e teorico.

Posted on February 2, 2013 .

Omicidio a Road Hill House

Kate Summerscale, Einaudi, 2008 

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Il titolo italiano del libro di Kate Summerscale, “Omicidio a Road Hill House” fa pensare, nella sua asciuttezza, a un classico libro giallo o mystery. Nella versione originale il doppio titolo The Suspicions of Mr Whicher or The Murder at Road Hill House”, pur mantenendo una maggiore ambiguità e mettendo al centro la figura del detective, rimanda esplicitamente dalla letteratura di fiction poliziesca o al noir.

Le premesse della storia si adattano perfettamente al più classico dei gialli. Un brutale infanticidio scuote, nel 1860, la comunità di Road Hill e tutta l’Inghilterra. Saville Kent, figlio di quattro anni di una agiata famiglia borghese, viene rapito dal suo letto e sgozzato senza un apparente motivo. La mancanza di segni di effrazione fa ricadere i sospetti sulla famiglia Kent e sulla servitù e determina una situazione in cui uno qualunque dei personaggi descritti minuziosamente da Summerscale può essere l’assassino. La quasi totale mancanza di indizi mette il detective londinese Mr. Whicher (e il lettore) davanti al più complesso dei rompicapi.

“Omicidio a Road Hill House” non è, tuttavia, un romanzo. Se le premesse suonano così familiari è perchè, sostiene l’autrice, dalla vicenda della famiglia Kent, dallo scandalo e dal fascino che ha suscitato nell’Inghilterra vittoriana, nasce il moderno romanzo poliziesco e l’idea stessa del detective. 

Difficile dunque definire il libro. I tasselli che compongono il complesso mosaico dell’assassinio sono frutto di ricerche d’archivio minuziose, su fonti che vanno dai giornali dell’epoca, alla letteratura della seconda metà dell’Ottocento (Dickens, James, Collins e svariati minori), agli atti dei vari processi che sono seguiti all’assassinio. Le biografie dei personaggi (non solo quelli principali) sono ricostruite nel dettaglio, dalla nascita alla morte. L’omicidio di Road Hill è il fulcro dal quale si dipanano le riflessioni storiografiche dell’autrice su vari aspetti della società vittoriana: dal ruolo del detective nell’immaginario collettivo al successo popolare della detective story, dalla famiglia (con una particolare attenzione al concetto di “domesticità”) al ruolo della donna.

Anche la definizione del libro secondo canoni storiografici non appare però esaustiva. In primo luogo per la  mancanza di riferimenti a fonti secondarie e al dibattito storiografico sulla società vittoriana: il mondo di Road Hill è un mondo “chiuso”, nel quale entrano solo gli elementi legati alle vicende dell’omicidio o dei suoi attori. L’omicidio è l’unica chiave di volta dell’interpretazione che l’autrice dà della società vittoriana. Anche una prospettiva istintivamente microstorica come quella adottata da Summerscale richiede un confronto con la realtà più ampia del periodo, pena la debolezza e scarsa verificabilità di molte delle conclusioni dell’autrice.

L’operazione di Summerscale consiste, fondamentalmente, nel vestire i panni del detective e nel presentare al lettore, soprattutto nella prima parte del libro, i fatti come potevano essere apparsi a Mr. Whicher, non solo nell’espletamento delle sue indagini, ma anche nella lettura dei giornali, nel suo confronto con l’opinione pubblica e con le autorità, nei rapporti con la famiglia Kent. Al contrario di quanto farebbe uno storico, Summerscale, nel ricostruire quella particolare porzione di storia vittoriana, vuole fornire un’ambiente nei dettagli del quale l’autore e il lettore si possano muovere e formare autonomamente un’idea dell’identità dell’assassino. Questo, forse, è l’elemento più propriamente di fiction dello scritto. Di qui le difficoltà di definizione:  “il vero lavoro del detective è l’invenzione di una trama”, scrive l’autrice. Ma questo si può dire anche del romanziere e dello storico.

Le lunghe citazioni letterarie e giornalistiche, sebbene interessanti, appesantiscono a volte il ritmo dello scritto e in alcuni casi il gusto dell’autrice per il dettaglio minuto appare poco giustificato sia dal punto di vista della ricostruzione che dal punto di vista della trama (il fatto che, insieme al neonato Whicher, fossero stati battezzati anche “i figli di un ciabattino, di un carpentiere, di due conduttori di carrozze, di un flautista e di un bracciante” aggiunge poco alla lettura). Sul piano concettuale è a volte difficile capire se la sensazione di essere immersi in un libro giallo sia da imputarsi alle caratteristiche della vicenda e ai suoi influssi sulla letteratura successiva o se sia invece la lo stile di Summerscale che a tratti si adegua alla tradizione del genere letterario.

La lettura è tuttavia, nel complesso, piacevole e il lavoro di ricerca sul caso della famiglia Kent è senza dubbio enorme e condotto con esaustività. Le considerazioni storiografiche di Summerscale sono, a prescindere dalla loro verificabilità e da una certa ripetitività, intelligenti ed evocative. 

Sarebbe tuttavia inclemente una qualsiasi critica che si fermi soltanto agli aspetti romanzeschi o a quelli storiografici. La natura “meticcia” del libro ne genera sia i difetti che i pregi. L’illusione che esso  riesce a dare al lettore di avere davanti a sé, prima della risoluzione della trama, tutti gli elementi con cui comporre un puzzle complesso e intrigante è un pregio che non stonerebbe né in un libro di storia né in un romanzo poliziesco.

Federico Mazzini

Posted on February 2, 2013 .

Cultura di massa e società italiana, 1936 - 1954

David Forgacs, Stephen Gundle, Bologna, il Mulino, 2007

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Il consumatore “culturale” è il soggetto collettivo al centro dell’approccio multidisciplinare imbastito da David Forgacs e Stephen Gundle nel loro saggio “Cultura di massa e società italiana, 1936 - 1954”. Il consumatore italiano in un ventennio che, sebbene sia ovviamente associato al sorgere della cultura di massa, più raramente viene messo in correlazione con il concetto di consumo standardizzato e su larga scala. L’obiettivo dei due storici britannici è quello di dimostrare come si siano formati, tra il periodo dell’ultimo fascismo e il boom economico, modelli di consumo e rappresentazioni culturali ad esso legati che sarebbero stati fondamentali nel determinare la forma che la società di massa italiana avrebbe assunto nel prosieguo del secolo. Lo scopo è quello, nelle parole degli autori, di fornire un quadro della cultura consumistica di massa ai suoi albori che non adotti un singolo criterio esplicativo (ad esempio quello dell’”indottrinamento dall’alto” durante il fascismo o della pura e semplice “americanizzazione” dopo di esso), ma che sappia cogliere il reciproco interagire di forze diverse, dal mercato al controllo statale, dalle influenze internazionali alla “ricezione” originale di modelli esteri da parte di una società ancora largamente analfabeta e contadina.

La prima parte del volume, che appare come la più originale e interessante, si nutre delle testimonianze orali di 117 intervistati nati tra il 1900 e il 1938, contattati a più riprese dagli stessi autori e da una collaboratrice italiana, Marcella Filippa (autrice di un’appendice metodologica al volume). Veramente magistrale è come i due storici britannici riescano nella difficile e necessaria impresa di integrare le testimonianze con fonti più solide e classiche (dai sondaggi di opinione ai rapporti degli organi politici), senza relegare le prime al rango di aneddoti e senza sollevare dubbi insormontabili sulla rappresentatività del campione. Il primo capitolo si occupa dei modelli di consumo, vale a dire dell’espansione ed evoluzione che durante il ventennio in questione subì il consumo di libri, pellicole cinematografiche, programmi radiofonici e pezzi musicali; il secondo capitolo si occupa invece di come questi modelli, fortemente influenzati da un incipiente “mito americano” così come dalla volontà di controllo dello stato fascista e democristiano e della chiesa cattolica, siano penetrati nel quotidiano, andando a mutare comportamenti, aspirazioni e identità degli italiani. E’ qui che l’uso delle fonti orali diventa davvero fondamentale, a illustrare come le attività del tempo libero (dal cinema, inteso sia come vettore di modelli culturali che come nuovo luogo di ritrovo, alle riviste illustrate, dallo sport alla danza), sospinte più da una logica di mercato che non da una regia “dall’alto”, abbiano contribuito a formare una nuova idea tanto del corpo quanto dei rapporti intergenerazionali e familiari, a cui “famiglia, autorità religiose e stato furono costretti a far fronte”.

La seconda parte, basata perlopiù su fonti secondarie e dal tono più “manualistico”, è dedicata all’evoluzione dei diversi settori dell’industria culturale in Italia (editoria, cinema, radio); la parte decisamente più originale e interessante è quella dedicata alla nascita del divismo cinematografico, certo dominato dallo star system hollywoodiano, ma caratterizzato anche da un intenso legame emotivo tra i divi italiani e il loro pubblico, espresso attraverso processi di imitazione e identificazione.

La terza parte del libro si occupa del complesso quadro istituzionale nel quale avvennero questi mutamenti culturali e descrive la lotta e la negoziazione tra i diversi enti preposti alla gestione del consumo culturale (dal Miniculpop al sottosegretariato di Stato per la Stampa, il Turismo e lo Spettacolo, passando per lo Psychological Warfare Bureau degli occupanti alleati) e i gusti di un pubblico non sempre prono a quanto veniva proposto. In ultimo gli autori si occupano della gestione del tempo libero organizzato, imbastendo un confronto tra gli sforzi delle organizzazioni fasciste, cattoliche e comuniste per imprimere un contenuto ideologico al consumo culturale e all’intrattenimento. Il ritorno all’uso di fonti orali permette agli autori di dinamicizzare il quadro, peraltro già ampiamente studiato, dei diversi associazionismi, inserendo in esso il tema di una ricezione originale e non sempre ideologica delle attività ricreative e dell’irrigimentazione ad esse legata.

Federico Mazzini

Posted on February 2, 2013 .

L’histoire culturelle: un «tournant mondial» dans l’historiographie?

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Philippe Poirrier (sous la direction de), Dijon, Editions Universitaires de Dijon, 2008 

Dopo aver curato nel 2004 un libro su Les enjeux de l’histoire culturelle tutto incentrato sul paesaggio storiografico francese, Philippe Poirrier allarga opportunamente il suo sguardo verso una dimensione più ampia con un volume collettaneo sui diversi percorsi della storia culturale in dodici diverse situazioni nazionali; casi più noti come quello inglese o francese e altri quasi sconosciuti come il caso svizzero, rumeno, belga.

Su sollecitazione del curatore i saggi tentano un bilancio dello stato dell’arte nei vari paesi che include sia un percorso di lungo periodo sulle matrici culturali che innervano i diversi percorsi nazionali, sia un’analisi delle suggestioni esterne di volta in volta prevalenti, sia infine uno sguardo alla dimensione istituzionale che la storia culturale ha assunto o meno nel panorama scientifico e accademico preso in considerazione. Il quadro che ne emerge è di notevole interesse soprattutto poichè mostra percorsi, letture e appropriazioni diverse della svolta antropologica e linguistica degli ultimi decenni. Se una consolidata istituzionalizzazione e quasi una egemonia degli studi di storia culturale nel panorama complessivo degli studi storici si registra oggi solo negli Stati Uniti, in Canada, e, almeno in parte, in Francia, indici di una crescente presenza della storia culturale si avvertono in quasi tutti gli ambiti considerati anche se, come fa notare opportunamente Roger Chartier nella postfazione, si tacciono qui le critiche anche feroci che hanno continuato a colpire in questi anni i suoi diversi sviluppi, spesso percepiti come concorrenti rispetto ad altri approcci storiografici più consolidati. Diversi e anche talvolta inaspettati i terreni di incubazione di questa crescita, che ovviamente incidono sui suoi orientamenti prevalenti: la storia dell’educazione in Brasile, dove la categoria di « pratica delle lettere » in ambito coloniale ha trovato molti possibili sviluppi ; o la rilettura della Seconda guerra mondiale e della cultura politica del primo Novecento in Svizzera, in cui hanno giocato un ruolo non marginale alla fine degli anni Novanta alcune iniziative del governo federale stesso; o un’attenzione di lungo periodo per i temi della cultura materiale e dell’etnografia rurale nei paesi scandinavi. Ma è la storia stessa ad aver lasciato tracce che hanno costituito nei diversi paesi anche opportunità particolari di analisi. Così nei paesi che hanno avuto un’esperienza forte di Inquisizione (l’Italia e la Spagna prima di tutto) l’approccio con il corpus delle fonti censorie e processuali ha effettivamente costituito un laboratorio di estremo interesse per l’ analisi della produzione di discorsi identitari costruiti sul crinale di norme collettive e strategie individuali. Al costituirsi dei diversi percorsi nazionali non sono estranei infine – come si mette qui in luce -  anche le scelte e le strategie delle case editrici in materia di traduzioni, che hanno consentito nei vari casi un contatto più o meno precoce con i testi per così dire classici o fondanti della nuova storia culturale.

Carlotta Sorba

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L’Ottocento fatto immagine. Dalla fotografia al cinema, origini della comunicazione di massa

Sellerio editore, Palermo 2007

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La rivincita di Marsia. Potrebbe essere riassunta così – con una rilettura del mito presa in prestito da un erudito americano del XIX secolo, Oliver Wendell Holmes, medico e insegnante di fisiologia e anatomia a Harvard – l’interpretazione che in questo volume il sociologo Giovanni Fiorentino dà della storia della fotografia nell’Ottocento. Il sileno scorticato per aver osato sfidare il dio Apollo viene ridotto a carcassa e pelle; ma quella pellicolare, secondo un Holmes che anticipa Walter Benjamin, deve essere riconosciuta come una nuova modalità di esistenza, che si consuma in superficie: nelle forme di cultura e di comunicazione proprie della moderna civiltà industriale essa è la modalità d’esistenza che risulta determinante. Muovendo da questa intuizione fondamentale (coeva alle invettive di Baudelaire contro un mezzo automatico e seriale), Fiorentino ripercorre concezioni e usi ottocenteschi della fotografia nella forma di un’originale ancorché selettiva «genealogia degli spazi in cui si inscrive il mondo fatto immagine» (p. 15). Tra questi spazi, l’autore si sofferma in particolare sulle esposizioni, luoghi per eccellenza della mostra e del consumo e soggetti, a loro volta, di milioni di immagini prodotte e commercializzate su scala globale; sui salotti borghesi, dove imperversa negli anni Cinquanta la moda dello stereoscopio; sulle vedute di città (il caso analizzato è quello di Napoli) oppure di spazi naturali conquistati dalla “civiltà” e dalla tecnica (la frontiera americana), capaci di fondare duraturi stereotipi identitati; sugli album di età vittoriana, in particolare quelli appartenuti a personaggi come la stessa regina Vittoria e Sissi: due collezioni simmetriche, che non solo riflettono, su scala privata, le relazioni diplomatiche dei rispettivi imperi, ma che permettono anche di cogliere il regime del nascente star system, dal momento che vi si trovano organizzati in un unico palinsesto – come sulle bancarelle dei fotografi o sulle riviste illustrate – i ritratti dei governanti e quelli delle più note celebrità dello spettacolo. Attraverso la genealogia di simili spazi e pratiche di consumo, Fiorentino – che chiude significativamente il volume con la nascita del cinema – ripercorre le trasformazioni dello sguardo e delle sue funzioni nel XIX secolo come una vera e propria archeologia delle comunicazioni di massa e della cultura visuale del Novecento, le cui origini a suo giudizio sono già iscritte nelle caratteristiche di un medium come la fotografia, che rende possibile la «miniaturizzazione del mondo» (p. 158) e che «decontestualizza e riposiziona, taglia e ricompone, isola e sposta in un nuovo spazio d’uso» (ibidem). Simili processi, condotti su scala industriale, contribuiscono ad alterare le tradizionali categorie di spazio e tempo, la percezione della realtà, i criteri di organizzazione e validazione delle esperienze e gli stessi confini dell’io, come Fiorentino dimostra soprattutto attraverso l’analisi di testi letterari (Poe, Maupassant, Carroll ecc.) e in un case study specifico (quello dell’imperatrice Sissi e del suo tormentato rapporto con la propria immagine, tra strumento di consenso politico, consumo creativo e patologia).

Alessio Petrizzo

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Artistes et partis. Estétique et politique (1900 - 1945)

Maria Stavrinaki, Maddalena Carli (a cura di) -Les presses du réel, 2012, pp. 420

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Storici dell'arte e storici si propongono di studiare in questo volume l'interazione tra gli artisti europei e i partiti politici nella prima metà del Novecento. Antagonismo, negoziazione, mimetismo strutturale praticato dagli artisti nei confronti dei partiti parlamentari o unici, ambiguità che attraversano in maniera simmetrica i due poli della relazione: sono solo alcuni dei casi di cui gli autori dei testi pubblicati hanno provato ad analizzare il funzionamento. In che modo le regole e le modalità della democrazia parlamentare determinano l'attitudine estetica, ontologica e politica degli artisti? Inversamente, come e fino a che livello, la teoria estetica e l'autodefinizione ontologica degli artisti costituiscono la matrice concettuale della loro azione politica?

L'oggetto del libro è la rete di metafore che si è costituita tra l'arte e la politica, ognuna di esse divenendo, di volta in volta e mai in modo univoco, il modell

o dell'altra. Nel rapporto tra gli artisti e i partiti unici, l'interazione assume toni certamente più unilaterali. Se i partiti unici hanno portato alle estreme conseguenze l'ideologia antidemocratica della modernità e anticipato, sotto alcuni aspetti, i partiti di massa del post 1945, quale è stata la loro attitudine nei confronti delle avanguardie, divenute anch'esse oggetto storico nella seconda metà degli anni Trenta? Vorticismo, espressionismo e dadaismo, futurismo e suprematismo sono le avanguardie esaminate, mentre la politica artistica del nazionalismo, del fascismo e del partito comunista in Russia e in un paese periferico come la Grecia rappresentano il polo "totalitario" dell'opera.

testi di Mark Antliff, Maddalena Carli, Romy Golan, Tatiana  Gioriatcheva, Iro Katsaridou, Anastasie Kontogiorgi, Cécile Pichon-Bonin, Anson Rabinbach, Maria Stavrinaki, Maike Steinkamp, Marla Stone

Posted on February 2, 2013 and filed under Letture.